23 novembre 2017

Guerra all’import grigio

In Russia e nell'Unione Doganale Eurasiatica la marcatura con chip diventa pratica diffusa

Ancora oggi, l’import grigio è una modalità molto diffusa di introduzione dei prodotti di abbigliamento e accessori in Russia. Basata sulla dichiarazione di un valore dei beni importati artificiosamente basso, permette agli importatori di ottenere indebiti risparmi su IVA e dazi. Si serve spesso di triangolazioni nelle spedizioni e nei pagamenti su Paesi Baltici, Cipro, Isole Vergini.

È notizia di pochi giorni fa l’indagine anticontrabbando che ha sventato un traffico di capi di abbigliamento di alta moda introdotti in Russia come semplice filati e dunque sdoganati a un valore di centinaia di volte inferiore a quello reale. Gli articoli, verosimilmente, erano anche sprovvisti della certificazione EAC obbligatoria, con un rischio oggettivo per la sicurezza dei consumatori.

La società importatrice colta in fallo in questa operazione operava illegalmente da almeno due anni. Stiamo parlando di capi di abbigliamento e accessori per oltre 300 tonnellate, con un valore medio dichiarato di 6,5 USD/kg. Trattandosi di prodotti di importanti brand della moda e del lusso, il valore reale ammonta in realtà ad alcune migliaia di dollari al chilo. Un’evasione fiscale imponente, dannosa per l’erario russo, evidentemente, ma pericolosa anche per i produttori. Per quali motivi?



  1. perché, a causa delle triangolazioni, spesso non si riescono a chiudere correttamente le bollette doganali (rischi da evasione IVA italiana);

  2. perché, a causa delle triangolazioni, nel caso di insoluto da parte di clienti reali russi o dell’Unione Doganale Euroasiatica è impossibile recuperare il credito per vie legali;

  3. perché gli operatori russi o dell’Unione che usano questi schemi sopravvivono spesso solo grazie all’evasione fiscale, non sono dunque partner affidabili e non hanno spesso la professionalità necessaria a valorizzare i prodotti che vendono sul territorio russo.


Com’è cambiato l’indirizzo politico in Russia
Fino al 2014 si è avuta un’esplosione delle importazioni e una bolla dei consumi anche grazie alla sopravvalutazione del rublo.
Dal 2015 il trend si è invertito: svalutazione del rublo (da 40 a 70 rub/euro) e sviluppo della politica di import substitution sono i due fenomeni più rilevanti.
Si sono verificati il contenimento dei prodotti importati e un aumento dei controlli da parte di tutte le autorità pubbliche coinvolte: l’obiettivo era aumentare il gettito fiscale (IVA e imposta sui redditi) per finanziare pensioni e servizi pubblici.
Come conseguenza di questo nuovo indirizzo politico, a partire dal 2016 si è disposta l’applicazione di un chip su determinate categorie di beni, partendo da quelli con maggiore valore unitario e maggiore incidenza dell’import irregolare.

Articoli in pelliccia e calzature
Fino all’anno scorso, il mercato risulta per lo più grigio, irregolare oltre l’80% di import. Il chip RFID introdotto come progetto pilota a metà 2016, diventa obbligatorio dopo pochi mesi soltanto. Il risultato è che oltre il 60% dell’import passa da grigio a regolare, con l’uscita dal mercato di oltre il 20% degli operatori.

Estensione del chip ai prodotti di consumo
Dopo il successo dell’esperimento della marcatura con chip delle pellicce, le autorità russe proseguono con nuove iniziative legislative per analoga marcatura dei beni consumo, finalizzate a semplificarne la tracciabilità e a ridurre l’evasione fiscale e doganale.

Il 15 novembre 2017 il quotidiano economico russo Kommersant ha riportato che entro il 25 gennaio 2018 dovrà essere presentato un progetto di legge globale sulla marcatura con chip dei prodotti di consumo. Il 29 novembre, il ministro dello Sviluppo Economico Denis Manturov ha confermato le indiscrezioni della stampa, ovvero la volontà del governo di procedere entro il 2020 all’estensione dell’obbligo di marcatura con chip a tecnologia QR e Data Matrix a molte altre categorie merceologiche, dai capi di abbigliamento alle calzature in pelle e non, alla biancheria da casa.

Al fine di evitare sanzioni e altre conseguenze, si raccomanda di monitorare con regolarità l’evoluzione normativa in materia di marcatura a mezzo chip dei prodotti di consumo, in particolare articoli di abbigliamento, calzature e accessori. Il chip sui prodotti di consumo, infatti, così come la corretta certificazione EAC, possono rappresentare opportunità interessanti per le aziende italiane che sapranno adeguarsi alle nuove regole.



Fonte: IC Trade

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