3 giugno 2015

Capi cinesi a rischio chimico

Le analisi confermano. Gravi anche le irregolarità sulle informazioni in etichetta

Etichette con indicazioni false, sostanze proibite in Cina ma ammesse nei casi in cui gli abiti siano destinati ai mercati europei... Il recente sequestro, da parte della Guardia di Finanza, di capi Made in China realizzati con l’utilizzo di ammine altamente cancerogene è solo la punta dell’iceberg. Il dato è generale e le analisi confermano.
I risultati dei test condotti nel 2013 dai Laboratori Brachi e Buzzi su decine di capi di abbigliamento per adulti e bambini con etichetta di origine Made in China furono già molto preoccupanti. I dati del 2015 sono addirittura peggiori, sia dal punto di vista della sicurezza chimica, sia da quello della veridicità delle informazioni in etichetta. In flessione, ma ancora molto alto, il dato sull’utilizzo di sostanze pericolose per l’ambiente rilasciate nell’acqua di lavaggio degli abiti.

Qualche numero, tanto per essere più chiari. Secondo le regole UE vigenti anche in Italia, il 4% dei capi esaminati è gravemente non conforme, perché contiene coloranti azoici che possono liberare ammine aromatiche, bandite a tutti i livelli perché altamente cancerogene. In base alle norme cinesi, addirittura, ben 18 capi su 67 (il 27%) non sarebbero commercializzabili in Cina, in quanto fuori dai parametri di solidità ad acqua, sudore, sfregamento e saliva.
Per quanto riguarda la veridicità di quanto dichiarato in etichetta, poi, il 60% dei capi analizzati risulta non conforme, quali siano le tolleranze – europee o cinesi – adottate come parametro di riferimento.

“La Cina – ha detto il presidente dell’Unione Industriali Pratese Andrea Cavicchi – ha regole molto rigorose per i prodotti commercializzati nel mercato interno, non per l’export. L’Europa, invece, fa riferimento direttamente alla produzione: il Reach, con il suo rilevante carico di cautele ed adempimenti, vale indipendentemente dai percorsi della successiva commercializzazione. Semplificando, la Cina legittima l’esportazione anche di propri prodotti con una connotazione ecotossicologica pericolosa, ma allo stesso tempo, con regolamenti anche ingiustificatamente restrittivi, limita le importazioni dall’estero. In questo modo siamo penalizzati due volte: riceviamo merce di dubbia sicurezza e nello stesso tempo i nostri prodotti hanno vita difficile nel passare le dogane cinesi”.

“La situazione è effettivamente penalizzante per le nostre aziende”, ha commentato il direttore commerciale e marketing di Brachi Giulio Lombardo. “Tuttavia sarebbe utile farci qualche domanda sulle nostre mancanze. Cavicchi fa bene a sottolineare la rigidità dei vincoli imposti ai brand – ma anche alle aziende nazionali – per commercializzare i loro prodotti in Cina. Anche i controlli sono molto stringenti ed è questo che fa la differenza. Che la Cina non sia altrettanto rigorosa con i prodotti destinati all’export è un dato acquisito. Spetterebbe a noi, tuttavia, impedire l’ingresso degli articoli non conformi o addirittura pericolosi per la salute delle persone. Bisognerebbe partire da qui, da ciò che possiamo fare direttamente senza la collaborazione di nessuno”.

E i consumatori? Secondo il presidente del Gruppo Primo Brachi, certi comportamenti d’acquisto contribuiscono gioco forza ad alimentare il fenomeno. “Certi valori, fortunatamente, anche in Italia stanno prendendo sempre più piede, ma in molti guardano ancora solo al prezzo, senza preoccuparsi più di tanto di compliance, sostenibilità o, più semplicemente, di qualità di ciò che comprano”.

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